Disoccupazione è un termine emotivamente denso e carico di significati, capace di evocare un drammatico immaginario collettivo. Negli ultimi anni il fenomeno della disoccupazione ha assunto la connotazione di un problema sociale, cioè di una grave anomalia nel sistema della convivenza civile, e attorno ad esso si è prodotto un meccanismo complesso di rappresentazioni sociali, norme e Istituzioni atte a contrastare l’emergenza. Sappiamo bene come il mercato del lavoro si sia trasformato negli ultimi anni. In passato il contratto a tempo indeterminato rappresentava una cornice di sicurezza per il lavoratore, che veniva messo nella condizione di progettare il proprio futuro. Oggi la diffusione del lavoro temporaneo, flessibile e la crisi economica hanno, invece, introdotto una prospettiva di incertezza e di instabilità, che sempre più spesso, raggiunge il culmine nella perdita del proprio impiego, con ripercussioni psicologiche che non vanno trascurate. Il lavoro è un elemento fondamentale costituente l’identità; ne consegue che la perdita dell’impiego si riflette negativamente sull’immagine di sé; centrale è, quindi, una brusca caduta dell’autostima seguita da una pluralità di stati d’animo altrettanto perturbanti. Come le numerose e allarmanti preoccupazioni per le sorti del “bilancio familiare” e per il peggioramento delle proprie condizioni di vita, il senso di colpa verso i propri cari perché ci si sente “un peso”. Ma anche la sensazione di essere vittima di un sistema ingiusto che spesso decide indipendentemente dalle proprie effettive capacità professionali, e di impotenza perché le regole del mercato del lavoro sono impossibili da controllare e da influenzare; emerge, così, un senso di rabbia e di sfiducia verso le persone e il mondo in generale. Di norma questo stato d’animo si inserisce lentamente e gradatamente nel vissuto di chi ha perso il lavoro. Inizialmente, infatti, vi è un rifiuto della nuova realtà e si pensa che in un modo o nell’altro si troverà un nuovo impiego. Quando, però, nonostante i numerosi tentativi, all’orizzonte un nuovo impiego non si presenta, allora sopraggiunge un periodo di pessimismo. Quando la disoccupazione diventa “cronica”, in genere dopo un anno di ricerche infruttuose, subentrano, infine, la rassegnazione e il ripiegamento su se stessi, preludio di un vissuto tipicamente depressivo. Ne conseguono una notevole perdita di energia, apatia e isolamento che, a loro volta, compromettono la possibilità d’inserirsi nuovamente in un’attività professionale. Si forma, così, un circolo vizioso che è necessario spezzare. L’intensità di questi effetti sarà proporzionale al significato maggiore o minore che il ruolo lavorativo ha per i diversi individui e al contempo allo stato di salute fisica e mentale del soggetto disoccupato, nonché della fascia di età. Numerose ricerche in psicologia (Crepet, 1990) hanno dimostrato che l’evento perdita del lavoro e il periodo di disoccupazione influenzano l’incidenza di malattie e disturbi vari come depressione, ansia, instabilità psichica, stress e sintomi conseguenti (ipertensione arteriosa, rischio elevato di patologia coronarica, insonnia, malattie dispeptiche, ecc.). Le conseguenze più dirette di tali eventi consistono in cambiamenti delle abitudini personali di vita più rischiosi per la salute: aumento del fumo, dell’alcool e/o di sostanze stupefacenti, crescita dell’isolamento sociale, diminuzione dell’esercizio fisico, ecc. Che fare? Bisogna pensare innanzitutto che un cambiamento è possibile e scoraggiare l’arrendevolezza mantenendo uno stile di vita attivo sia nella ricerca di un nuovo impiego, sia nei piccoli gesti quotidiani; conservare una routine giornaliera permette, infatti, di ricavare un senso di sicurezza e di stabilità che aiutano a contrastare la temporanea sensazione di inutilità, di vuoto e di smarrimento. Tutti i vissuti relativi alla perdita del lavoro, dal senso di fallimento personale alla paura del futuro, devono trovare uno spazio di accoglienza, di comprensione e rielaborazione, anche rivolgendosi se necessario, ad un supporto psicologico. Quest’ultimo può rappresentare un aiuto ulteriore per tutelare la propria autostima e facilitare la conoscenza di se stessi per individuare nuove risorse spendibili insieme a nuove modalità per “rimettersi in gioco”. Con una rinnovata fiducia nelle proprie capacità si possono acquisire nuove competenze e si può elaborare un nuovo progetto lavorativo. E, così, prende avvio un percorso di rinnovamento di sé e della propria vita.
E il mondo strettamente giovanile? Le modalità di relazione tra il mondo dei giovani e quello del lavoro hanno subito profonde metamorfosi, soprattutto in ragione delle diverse vicissitudini che hanno contraddistinto il mercato dell’occupazione.
Il valore, sia simbolico sia materiale, che da sempre i giovani hanno riconosciuto al lavoro quale fonte di indipendenza e autonomia dalla famiglia e quale veicolo per la ricerca di una precisa identità personale, appare sempre più offuscato, quando addirittura sopraffatto, dalle difficoltà che oggi si accompagnano alla ricerca del primo impiego.
Il primo impatto dei giovani con il mondo del lavoro nelle società contemporanee è diventata un’esperienza difficile, complessa e per molti versi anche traumatica. Sono pochi i giovani che possono affrontare questa situazione in modo armonioso, senza drammi e senza le angosce che affliggono coloro che hanno la sensazione di brancolare nel buio quando occorre per la prima volta porsi il problema di entrare in contatto con il mondo del lavoro. È tramontato il posto fisso, l’acquisizione di uno status inalienabile.
Oggi prevale la temporaneità dell’occupazione. Un’evenienza che si rifletterà persino sui principi della carta costituzionale della Repubblica “fondata sul lavoro”. Che questo scenario non faccia parte di un profetismo pessimistico e fantastico risulta dalla ormai ampia classe di giovani trentacinquenni che non hanno mai lavorato. Sta mutando persino il linguaggio proprio del mondo del lavoro: affitto del lavoratore, operaio in leasing, lavoro a termine, frazionato, ciclico. Forme che escludono gli aggettivi fisso, stabile, sicuro. In passato l’ingresso nel mondo del lavoro avveniva attraverso percorsi noti: la maggior parte delle persone era in grado di conoscere dove trovare un’occupazione e soprattutto quale era il lavoro cui indirizzarsi secondo le proprie capacità, il proprio titolo di studio, i propri interessi. Oggi non è più così. Il mercato ha assunto contorni sempre più frastagliati, le capacità di assorbimento nei diversi settori tradizionali si sono contratte, le forme e i tipi di lavoro si sono moltiplicati. Capire quali sono i lavori possibili e quali corrispondono alle proprie attitudini e aspirazioni è diventato molto più difficile. Che fare? il processo di inserimento richiede la capacità di promuovere, anche in modi e forme non tradizionali le proprie competenze e attitudini che non devono essere più generiche ma specifiche, al contrario di quanto accadeva in passato.

Dott.ssa Debora Volpe – Psicologa

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