Secondo un articolo pubblicato sulla rivista JAMA Dermatology, se in Nord America e in Europa venissero vietate le apparecchiature abbronzanti, nella prossima generazione di giovani sotto i 35 anni si eviterebbero circa 448.000 casi di melanoma e 9,7 milioni di casi di altri tipi di tumore cutaneo (carcinomi squamocellulari e basocellulari). La riduzione nell’incidenza dei tumori cutanei consentirebbe di risparmiare quasi 6 miliardi di dollari di spese sanitarie e genererebbe un incremento della produttività pari a oltre 41 miliardi di dollari. Proibendo ovunque l’uso delle apparecchiature abbronzanti ai soli minorenni, si otterrebbero comunque risultati positivi, anche se, quantitativamente parlando, i benefici si ridurrebbero di due terzi circa.

Anche se l’abbronzatura artificiale stimola la produzione di vitamina D (un effetto potenzialmente benefico), le radiazioni ultraviolette (UV) che vengono emesse dalle apparecchiature abbronzanti sono identiche a quelle presenti nei raggi solari e causano danni specifici nel DNA delle cellule, aumentando il rischio di sviluppare tumori cutanei e favorendo l’invecchiamento precoce della pelle.

Nel 2009 un gruppo di lavoro dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), formato da 20 scienziati di nove nazioni, si è incontrato per esaminare il potere cancerogeno delle radiazioni UV. Sulla base delle prove scientifiche raccolte, tra cui una metanalisi (un’analisi statistica che combina i dati di più studi sullo stesso argomento), che ha dimostrato che il rischio di melanoma cutaneo aumenta del 75 per cento quando si iniziano a usare lampade abbronzanti prima dei 30 anni, gli esperti della IARC hanno stabilito che l’uso di apparecchi abbronzanti che emettono radiazioni UV è “sicuramente cancerogeno per gli esseri umani”.

Fonte: Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro

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